Il piano

Dato il successo della precedente esperienza in Croazia, l’anno successivo ci sentivamo pronti per un nuovo viaggio in Europa. Avendo appreso che era disponibile un servizio ferroviario con veicoli al seguito per l’Olanda, ne avremmo approfittato per raggiungere facilmente Amsterdam e dintorni. Con la moto ci saremmo poi trasferiti a Parigi, per trascorrervi alcuni giorni. La via del ritorno l’avremmo percorsa con calma, facendo un paio di tappe in qualche altra piacevole località della Francia.

Era un piano entusiasmante: cosa può esserci di più romantico e divertente che viaggiare in sidecar tra mulini a vento e tulipani, costeggiare i canali della città della tolleranza, delle biciclette e del fumo libero, per poi sfilare sotto l’Arco di Trionfo, nella città dell’amore e della torre Eiffel?

La preparazione

Pianificate le tappe, procedemmo alle prenotazioni dei pernottamenti previsti: avremmo viaggiato in alta stagione e preferivamo evitare le ricerche affanose di una sistemazione sul posto all’ultimo momento.

Naturalmente occorreva preparare il sidecar al grande viaggio. Sembrava tutto a posto, salvo l’ammortizzatore della moto, che era nuovamente scarico ed andava sostituito o revisionato. Optammo per la revisione, che fu effettuata da Marco, un meccanico di Genova, che conoscevamo da anni e che un tempo ci tagliandava la MuZ. La ruota in acciaio massiccio era al suo posto, la frizione non slittava, avevamo la cinghia da camion nel caso la barra di torsione avesse voluto nuovamente tormentarci. Caricati i bagagli per un paio di settimane di vacanza, eravamo pronti per la partenza!

Da Genova ad Amsterdam

Il treno partiva da Livorno ed arrivava ad Hertogenbosch, un centinaio di chilometri o poco più da Amsterdam. Il viaggio, con tanto di cuccette per il riposo notturno, fu confortevole.

Sbarcati dal treno, sperimentammo subito il tempo del Nord Europa, piovoso anche in piena estate. Manco a dirlo, gli altri utenti dell’autostrada, divertiti nel vedere un sidecar con tre passeggeri a bordo, che sfidavano intrepidi le intemperie, ci avevano rivolto grandi segni di saluto e di approvazione. Arrivammo quindi al nostro hotel, poco fuori Amsterdam, abbastanza zuppi ma contenti.

I giorni successivi trascorsero velocemente: compiaciuti, apprezzammo una città unica al mondo, riconoscendo i luoghi che avevamo già visto in uno dei nostri film preferiti: I due gattoni a nove code… e mezza, con Franco e Ciccio, una pellicola cult del 1972.

Visitammo anche i bei dintorni (Volendam, Marken e Edam), ritrovandoci tra scene bucoliche e belle casette, mulini, villaggi di pescatori, fabbriche di zoccoli e caseifici . Solo dal punto di vista gastronomico, non potemmo dirci entusiasti.

La Dragstar colpisce ancora

Al ritorno dall’ultima gita, si manifestò un rumore piuttosto evidente, che proveniva dalla ruota posteriore della moto. La afferrai scuotendola vigorosamente, per verificare l’eventuale presenza di gioco rispetto al suo asse. L’esito della prova fu inequivocabile: i cuscinetti ci stavano mollando e dovevano essere sostituiti al più presto.

L’indomani, fu una giornata decisamente intensa. Dopo una serie di telefonate nel nostro inglese stentato, ci recammo presso un ben fornito negozio, ove potemmo acquistare una coppia di cuscinetti, che secondo le informazioni apprese su internet, dovevano andare bene.

La tappa successiva fu presso un’officina di moto, che si trovava abbastanza distante dal nostro albergo. Erano alquanto indaffarati ma, gentilmente, ci prestarono il cric e gli attrezzi per smontare la ruota, esercizio nel quale io e Michele eravamo ormai dei maestri. Con la ruota smontata in mano, fu evidente che uno dei cuscinetti acquistati andava bene ma l’altro no, ne occorreva uno più grande.

Dall’officina ci mandarono presso un altro magazzino, forse lì avevano quello giusto. Purtroppo era di una misura speciale, che non risultò disponibile. Bisognava ordinarlo come ricambio originale Yamaha, ma ci volevano alcuni giorni.

Provammo a chiedere ai meccanici se, a loro avviso, potevamo tentare di proseguire l’indomani per Parigi, come da programma: ci risposero in modo eloquente, mimando il segno della croce.

Con una certa preveggenza, avevamo stipulato un’assicurazione di viaggio. Per poterne usufruire, però, occorreva che la moto fosse prelevata dal carro attrezzi, non che arrivasse in officina autonomamente. Decidemmo quindi di rimontare la ruota e riavviarci al nostro albergo, visto che stava calando la sera.

Stanchi come eravamo, conclusa (apparentemente) l’operazione, ci accorgemmo di avere dimenticato un distanziale: “Papà, è avanzato questo” fece Michele, raccogliendo da terra un tubetto di acciaio che avrebbe dovuto essere inserito fra un cuscinetto e l’altro. Imprecando contro la nostra sbadataggine, smontammo tutto un’altra volta per rimediare: senza quel pezzo, avremmo spaccato tutto e ci saremmo bloccati in mezzo alla strada.

L’indomani mattina, presi accordi con l’assicurazione, il carro attrezzi prelevò il sidecar nel parcheggio dell’albergo, mentre noi proseguivamo in treno: oltre al soccorso stradale, ci avrebbero rimborsato i biglietti per Parigi e le ulteriori spese di viaggio per recuperare la moto, una volta riparata.

Parigi è sempre Parigi

La bellezza di Parigi è tale da far passare in secondo piano i problemi e le preoccupazioni. Quindi approfittammo dell’occasione per girarla in lungo e in largo, utilizzando la metro e camminando per i suoi viali. Non mancarono le classiche visite alle chiese, al Louvre, alla Torre Eiffel, Versailles ecc., attrazioni turistiche ampiamente note ed apprezzate.

Per avere il tempo di aspettare la riparazione della moto, avevamo deciso di fermarci un paio di giorni in più del previsto. Riuscimmo ad annullare le prenotazioni relative alle tappe successive: avremmo recuperato, con un trasferimento più lungo, sulla via del ritorno.

Ci però fu un momento di sconforto, quando sembrava di non riuscire a prolungare il soggiorno a Parigi, per la difficoltà di trovare una sistemazione per i giorni in più.

I miei passeggeri, scoraggiati, meditavano di abbandonare me e la moto al nostro destino, per tornarsene a casa in treno!

Fortunatamente, trovammo invece una bella stanza nel Quartiere Latino, a buon prezzo, ed arrivò finalmente la telefonata che attendevo: la Dragstar era pronta e mi aspettavano per ritirarla.

Il recupero

Partii dunque la mattina presto, con un treno ad alta velocità, per Amsterdam. Da lì, per raggiungere l’officina, dovevo prendere un altro treno, e poi un taxi.

Ero piuttosto emozionato. Dopotutto, non ero un gran viaggiatore, abituato ad andare in giro per l’Europa in solitaria, e in un giorno un migliaio di Km., di cui cinquecento in moto, dovevo farmeli.

Una volta ritirata la Dragstar, mi fermai a chiedere indicazioni per l’autostrada un paio di volte, perchè il navigatore non sembrava collaborare. Poi, lasciai cantare allegro il possente bicilindrico. La moto, senza il peso dei passeggeri, filava più del solito. Lanciai i suoi cavalli al galoppo, mentre mi venivano incontro rettilinei infiniti. Andò tutto liscio e, all’una di notte, parcheggiai sotto il nostro albergo.

Concludemmo il soggiorno a Parigi il giorno successivo, con un bel giro serale del centro con il sidecar, proprio come avevamo fantasticato.

Sulla via del ritorno

Il ritorno venne suddiviso in due tappe: la prima fino alla deliziosa Annecy, con i suoi canali e l’omonimo lago.

Annecy by night

Qui, mescolandoci ai tanti turisti, acquistammo gli ultimi souvenir, accompagnati da un originale colonna sonora, gentilmente offerta da una banda di musicisti di strada: la Fanfara Rumeno-Moldava-Ucraina.

L’indomani, ritornammo in Italia, percorrendo il traforo del Monte Bianco.

Appena usciti dal tunnel

Avvicinandoci a casa, ci rendemmo conto che la Dragstar era stanca e faceva le bizze: la frizione slittava e l’ammortizzatore era di nuovo scarico (la revisione evidentemente non era riuscita). In più, una dei passeggeri (non facciamo nomi) accusava problemi di stomaco, per cause imprecisate.

In una sosta ad un’area di servizio, mentre fronteggiavamo queste difficili condizioni, facemmo conoscenza con un tizio che, completamente ubriaco, viaggiava in Vespa. Lui ci interpellava sul nostro viaggio, noi cercavamo di dissuaderlo, senza successo, dal continuare a bere e soprattutto dal mettersi nuovamente alla guida in quelle condizioni.

Comunque lo salutammo, sperando nella sua buona sorte. Finalmente, nonostante tutto, arrivammo a destinazione: casa, dolce casa!

Infine, voglio stilare una pagella, relativa all’esperienza, in una scala da 0 a 10:

  • Preparazione della moto: 5- (i cuscinetti bisogna controllarli prima di partire)
  • Revisione dell’ammortizzatore, effettuata da un professionista: 4
  • Resistenza dell’equipaggio alle avversità: 8 e 1/2
  • Bellezza dei luoghi, interesse della vacanza: 9 e mezzo;
  • Comportamento della moto: 4 e mezzo (l’abbiamo riportata a casa, ma ci ha fatto penare).
  • Grado di sfiga: 6 (alla fin fine, la vacanza non è stata rovinata, solo… movimentata).