Sidecardipendenza

Mentre la MuZ giaceva per strada in condizione di abbandono (vedi capitolo precedente), cominciai a pensare di sostituirla. Naturalmente era ben lungi da me l’intenzione di rinunciare alla terza ruota, in favore di un veicolo più convenzionale.

Il sidecar, infatti, dà luogo ad un particolare tipo di dipendenza per la quale, essendo piuttosto rara e quindi poco conosciuta, non ci sono centri di recupero o terapie di sperimentata efficacia. Talvolta la sindrome si manifesta in maniera leggera, direi subdola: in questi casi l’interessato resta socialmente integrato e continua a svolgere le sue abituali occupazioni. Tuttavia è colto da malcelata agitazione se, per qualsiasi motivo, è impossibilitato ad usare la moto nel weekend. Inoltre pretende che la famiglia si presenti in sidecar in qualunque occasione, si tratti di un aperitivo, una cena, una comunione o una vacanza. Se assecondato, manifesta la sua soddisfazione restando di buon umore e pertanto viene considerato, nella sua cerchia di conoscenze, come un tipo eccentrico ma, tutto sommato, simpatico.

Nel caso che i familiari invece tendano ad accampare scuse per utilizzare altri veicoli, meno pittoreschi, ma certamente più comodi, possono manifestarsi difficoltà relazionali. Se il soggetto gode di una buona autostima e di un carattere forte, potrà comunque trovare una soluzione adottando strategie di compensazione, che potranno eventualmente essere suggerita dai suoi congiunti: “Caro, domenica devo proprio fare le pulizie di Pasqua, non posso accompagnarti nel giro dei passi, potresti portare il cane, gli piace tanto!”, oppure: “Papà, verrei volentieri a fare un giro con te, ma devo andare a studiare da una compagna di scuola, lunedì ci interrogano. Sarà per un’altra volta.”

Il sidecardipendente potrà facilmente fare amicizia con altri adepti del bizzarro veicolo asimmetrico a tre ruote, per uscite e raduni in allegra compagnia. Certamente ne ricaverà un momentaneo sollievo. Potrebbe però insorgere un nuovo, preoccupante, sintomo: la mania della personalizzazione. Nei casi più blandi, si installano accessori di utilità assai dubbia: fanali supplementari, trombe tritonali, taniche ecc. Se la malattia è più severa, invece, si intraprendono costose modifiche strutturali del veicolo, come l’adozione di forcelle speciali, impianti frenanti potenziati, cerchi e ruote automobilistiche, coppie coniche con rapporto accorciato e perfino elaborazioni del motore. Alcuni poi, smaniano per aggiungere un gancio di traino con relativo carrello tenda o miniroulotte.

Zeus, sidecar moderno

Si segnalano infine casi di acquisti compulsivi e multipli, con garage che si riempiono di due o più sidecar, che vanno ad aggiungersi alle svariate moto, contemporanee e d’epoca, già in possesso del malcapitato.

All’epoca, non ero pienamente cosciente di tali rischi: decisi infatti di fare un breve viaggetto in una località del nord Italia, insieme a Michele, per visitare l’atelier della ditta Bertoldo e Bertoldino: sidecar chiavi in mano.

Prova galeotta

Il giovane Bertoldino ci accolse cordialmente, anche se era indaffarato con alcune riparazioni da fare. Notammo una Kawasaki, con un bel carrozzino Watsonian (celeberrima marca inglese dalla lunga tradizione), adagiata a terra con la ruota posteriore che aveva tutti i raggi rotti o piegati. Lo interrogammo in proposito e ci rispose laconicamente: “Ha preso una buca.” Dopo aver fatto conoscenza, appresa la nostra esperienza di sidecaristi, ci illustrò la sua attività ed i modelli di moto a cui più spesso adattava il carrozzino. Tra quelli che andavano per la maggiore, la Kawasaki W650 e la Yamaha XV650 Dragstar.

Quest’ultima era un modello custom, stile Harley Davidson: bassa, lunga con due ruote con enormi pneumatici, parafanghi dalle forme giunoniche, nera con scintillanti cromature (in realtà in gran parte finte). Grossa e pesante, con una gondola modello wehrmacht, faceva una gran scena anche se il motore non era di grossa cilindrata ed aveva una modesta potenza.

Bertoldino ne aveva una di un cliente e ci offrì di provarla: un giro attorno all’isolato e fummo conquistati. Il motore, bicilindrico a V, aveva un buon tiro ai bassi regimi. Il sidecar, in lamiera, era più spazioso di quello della MuZ, con un ampio baule per i bagagli, con tanto di comodo sportello. Era larga e con il baricentro basso, per cui appariva decisamente stabile. Aveva un manubrio molto ampio e una posizione di guida all’americana, con le gambe distese in avanti e i piedi appoggiati su due enormi pedane. Roba da fighi. Ci sembrava proprio di fare un salto di classe, con quella motona! Tornammo entusiasti, anche se notammo che la frizione era rumorosa e la partenza tutt’altro che fulminea. Bertoldino, in effetti, ci riferì che la Kawasaki era più potente ed andava un po’ meglio. Per quanto riguarda la frizione, ammise che non era robustissima “Dura pochino…ma i dischi sono economici”. Il sidecar però si sceglie con il cuore, non con la testa, ed in cuor nostro avevamo già deciso.

La moto della prova