Un mezzo affidabile

La MuZ continuò a lungo a prestarci il suo onorato servizio, accontentandosi dell’ordinaria manutenzione, da effettuare ogni 6000 km (cambio olio e relativo filtro, pulizia filtro aria, controllo ed eventuale sostituzione candela, pastiglie dei freni ecc). Ogni 12000 km era prescritto il controllo delle valvole e il cambio della cinghia distribuzione in gomma. La catena della trasmissione finale era interamente ricoperta da un carter di plastica, che la proteggeva dalla sporcizia della strada e dall’acqua. Tale soluzione, che farebbe inorridire i motociclisti odierni, ne garantì in realtà una durata eccezionale, considerando che, oltretutto, veniva ingrassata ed eventualmente tirata solo in occasione dei tagliandi. Vendemmo la moto dopo 10 anni, con 50.000 km percorsi, ancora con la catena originale!

Usata spesso in tre, a pieno carico, senza particolari riguardi, la moto non ci lasciò mai a piedi (a parte una sera in cui, per una foratura, dovemmo abbandonarla e rifugiarci nel campeggio più vicino). I pochi inconvenienti meccanici che si verificarono negli anni furono banali e facilmente risolvibili: ammortizzatore del carrozzino revisionato (vedi paragrafo successivo); pipetta della candela con copertura metallica che a caldo andava a massa, sostituita; cavi che andavano al regolatore di tensione tranciati, riparati col saldatore a stagno; dischi frizione sostituiti perché iniziavano a slittare; disco freno sostituito per raggiunti limiti di usura.

Anche la reperibilità dei pezzi di ricambio non fu mai un vero problema, in quanto si poteva ricorrere al concessionario Aprilia: aveva ancora il cavetto della frizione e le guarnizioni dei coperchi punterie della vecchia Tuareg Wind con il motore Rotax, facevano perfettamente al caso nostro. Per il disco freno, ricorremmo ad un magazzino tedesco che trattava ancora parti di ricambio per le MZ.

Nel complesso, la nostra si dimostrò una moto ben funzionante ed economica da mantenere, almeno fino ad un grosso guaio che ad un certo punto sembrò decretarne la fine, come vedremo in seguito.

Due musicisti-motociclisti

Quel gran genio del mio amico (e collega)

In quegli anni lavoravo in un ufficio in cui non mancavano personaggi caratteristici (me compreso, ovviamente). Tra le figure di spicco c’era Parolini, al quale avrei voluto dedicare un romanzo di genere fantastico-umoristico (in verità l’ho iniziato, ma è rimasto incompiuto).

Parolini era un grande affabulatore, che si esprimeva in un idioma tutto suo. Con il particolare accento di Sulmona, suo luogo di nascita, pronunciava termini genovesi liberamente storpiati, ai quali affiancava spesso e volentieri espressioni tipiche del Venezuela, nel quale aveva trascorso gli anni dell’adolescenza. Difficile riassumere in poche righe le molteplici sfaccettature della sua personalità: filosofo, filantropo, uomo di mondo che godeva di grande successo presso il gentil sesso, lavoratore ed impiegato indefesso, sindacalista con grandi capacità di mediazione, allegro, estroverso, dotato di un fine intuito psicologico che gli consentiva di entrare facilmente in sintonia con chiunque. Aveva poi un’attitudine tutta particolare per riparare un po’ di tutto, eccellendo nel campo della meccanica e in particolare come carrozziere, mestiere che aveva esercitato, come secondo lavoro, per molti anni.

Certe storie che raccontava potevano sembrare un tantino esagerate, perfino a lui stesso, che infatti premetteva sempre: “Non è una balla!”.

Poteva raccontarti di aver saldato insieme due Golf incidentate, utilizzando la parte anteriore di una e quella posteriore dell’altra, ricavandone un unico veicolo, tanto perfetto da essere giudicato come mai incidentato, a seguito di ispezione presso la concessionaria Volkswagen; di essersi presentato al casinò di Sanremo con la tuta da meccanico, tutta sporca di grasso, per poi sfilarla e lasciare tutti di stucco per l’elegantissimo smoking che indossava sotto. Oppure, di aver agito in incognito come agente seduttore, assoldato da mariti che desideravano sbarazzarsi dell’ingombrante legame con le rispettive mogli, addossando loro la colpa della separazione. Nessuna resisteva al suo fascino, tutte finivano per perdere gli alimenti, negati dal giudice per manifesta infedeltà coniugale.

Non ci si annoiava mai ad ascoltarlo, ed era una persona generosa: seguiva la teoria del karma: ciò che fai agli altri, ti torna indietro. Se fai un favore o una buona azione, riceverai dell’altro bene, non necessariamente dalla stessa persona, magari da qualcun altro. Non obiettate, non fate i pignoli con la storia dei mariti e delle mogli: avrà fatto male alle mogli ma, con il bene fatto ai mariti, il conto andava in pari e non tornava indietro niente!

Quel gran genio del mio amico aveva veramente le mani d’oro! Ti saldava la marmitta con la saldatrice chiesta in prestito nella bottega del fabbro sulla piazza, ti raddrizzava la pedana piegata con una spranga di ferro arrugginito, trovata in mezzo ai binari, accanto al ramblè da cui si caricavano i vagoni merci. “Ma tu i lavori li fai sempre così, senza i ferri adatti?” gli chiedevo. “Certo, con gli attrezzi non c’è gusto!”

Un giorno gli portai il piccolo ammortizzatore del sidecar, un gioiellino della tecnologia cecoslovacca (premiata fabbrica Velorex), il quale aveva evidentemente ceduto, dato che la ruota del carrozzino si era avvicinata al parafango e la molla era completamente sfrenata.

La revisione fu eseguita in archivio, sul piano d’appoggio della vecchia scrivania: “Orco l’oca can! Lo stelo si è staccato dalla testa. Pericoloso!” fece Parolini. L’ olio residuo fu versato in un cestino, l’ammortizzatore completamente smontato con i suoi gommini e rondelline varie. “Ah! Non hanno ribattuto bene la vite, si è allentata e si è aperto. Ti credo che non ammortizzava più! Ora lo rimontiamo e provvediamo ad assicurarla bene. Un bel colpo di martello sul vecchio cacciavite, e via!” “Sì, ma l’olio dove lo prendi?” chiesi io. “Giù c’è quello dei muletti elevatori. Ci mettiamo quello. E’ perfetto!”

Mentre discutevamo di meccanica, si aprì la porta ed entrò il direttore, che per fortuna era un bravo cristo: “Cosa state combinando? Cos’è quella roba? Siamo in officina?” “Ma è rimasto per strada”, si giustificò Parolini: “E’ questione di un attimo…”

Dopo aver placato il direttore con le sue arti diplomatiche, si rimise al lavoro. Tutti i pezzi ritornarono al loro posto, l’olio nuovo fu versato nel corpo dell’ammortizzatore, la vite fu ribattuta. Per rimontare la molla, fece leva con il solito pezzo di ferro raccattato in un angolo: “Fatto. Vedrai che non si smonta più.”

Ed effettivamente non ha più dato problemi, ve lo assicuro: non è una balla!